Galleggiare. A braccia aperte.

livorno terrazza mascagni - amarcord da paololivorno.

Che sapore hanno i sogni? Ginevra se lo chiede mentre è seduta, al tavolino di un bar, a guardare il mare. Piove oggi, piove ma c’è luce nel cielo. E l’aria è fresca, pulita. Tranquilla. E’ fuori città per lavoro ma è come se fosse a casa. Il cellulare fa due squilli. E arriva un messaggio. Guarda il display e sorride. E’ Leonardo. Leonardo che è a Londra ma è come se fosse lì, pronto a sorridere di fronte a una crema catalana e un bicchiere di acqua frizzante. “Hey scimmietta, io non mangio neppure da quanto lavoro e tu sei al mare a non far niente? Maledetta…”. Legge e lo immagina con il suo sguardo malizioso e il sorriso che esplode contagioso.

Le capita spesso di pensare a come sorride, come si muove tra la gente, come parla quando lei non c’è. Perché le sue espressioni le conosce tutte e parlano di lui. Quando alza le sopracciglia, quando ride e gli vengono le rughe agli occhi che lo rendono ancora più bello, vero, genuino. Quando gira il cucchiaino nel caffè, esce dal bar e dice “grazie, buona giornata”.

Ginevra appoggia le mani sotto al mento, i gomiti sul tavolo. E’ assorta dal rumore delle onde, dal salmastro che si attacca alla pelle e le arriccia i capelli. Il vento smuove tutto dentro di lei. E la salsedine sa di ricordi. Leonardo non c’è. Ma è come se ci fosse. Lo sente vicino come non era mai successo con nessuno. E dal primo momento che si sono incontrati ha subito avvertito al mattino, svegliandosi, un senso di felicità piena. Come se d’improvviso non mancasse niente. Altre volte aveva creduto di essersi innamorata. Altre volte si era svegliata al mattino ma la sensazione era quella di essere sola. Magari poi si ricordava pure di avere qualcuno vicino. Ma non era la stessa cosa. Aveva sempre viaggiato su binari paralleli. Con Leonardo il treno è lo stesso, stesso scompartimento, stessa carrozza, stesso numero di posto. Con Leonardo è alchimia di sensazioni. Di pensieri e di parole.

Succede che si guardano e scoppiano a ridere. Senza bisogno di dirsi niente. Succede che l’irrazionalità ti carpisce improvvisa, quando meno te l’aspetti e non puoi fare altro che farti travolgere. Come quando sei in mezzo al mare e ti piace rimanere a galla, a braccia aperte con lo sguardo rivolto verso il cielo. Ti lasci trasportare dalla corrente, che ti porta al largo. Che ti porta a riva. E ti accarezza l’anima. A quel punto non desideri nient’altro. Nient’altro serve se non respirare nel profondo quell’emozione che è ossigeno per la tua vita, che è aria di primavera. Ginevra ascolta il mare. Da qualche parte anche Leonardo, ne è convinta, lo starà sentendo. Ad occhi chiusi, come lei. Magicamente uniti da un sogno che inizia di giorno, accarezzato dalla luce del sole.

Primavera. All’improvviso

Finestre in primavera - Sirmione da salvatore tardino.

“La mattina quando ti svegli e c’è il sole è un gran figata” – più o meno questo è quello che pensa Ginevra in una domenica nella quale, appena alzata dal letto, apre velocemente le finestre e guarda fuori. Sembra che la primavera  sia tornata. Con quell’aria pulita che ti fa venire voglia di respirare a pieni polmoni, con gli alberi che sembrano quinte teatrali dipinte a nuovo. Brillano di smeraldo. E di verde oliva. Profumano di corteccia e resina. E le auto fanno solo rumore. Ma il vento lo copre, potente e sincero. Il cellulare è spento da giorni perchè lei ha voglia di riscoprire il suo mondo, quello che i giorni le hanno fatto dimenticare con il loro incedere veloce.

“Cosa vorresti Ginevra?” – se lo chiede davanti a uno specchio che stamani le fa brillare gli occhi di nuovo. Brilla di primavera che arriva, di fiori che hanno voglia di esplodere sul davanzale e che lei ha curato in tutti questi mesi, riparandoli dal freddo dell’inverno, dalla neve prima morbida e poi gelida e impietosa. Gli occhi grandi e la pelle che respira, il corpo che ha voglia di scoprirsi, di sabbia del mare sotto ai piedi, di brezza mattutina che carezza i pensieri.

Avrebbe voglia di prendere il primo aereo per Londra e correre da Leonardo. Infilarsi una maglietta, i jeans calati in vita, legarsi i capelli con un laccio di fortuna, fare la borsa e partire. Da lui, conosciuto per caso ma aspettato da sempre. Lui con gli occhi sinceri e quella sana allegria che riesce a metterla di buonumore. Con quelle frasi dette nello stesso momento, con quell’alchimia naturale e potente. Irrazionale e pura. 

Tu mi hai convinta al ciao”. Più o meno è quello che Leonardo le disse dopo qualche settimana dal loro primo incontro. E tutt’oggi quella frase per lei significa molto. Torna alla finestra e guarda fuori. C’è un aereo nel cielo. Una striscia bianca d’infinito così apparentemente lontana ma così prepotentemente vicina.

Luna & Aereo da Lorenzo Barsotti.

Andare, Partire, Tornare

 

zingara da luigioss.

 

Tornare, partire, tornare di nuovo. E poi riprendere le valigie in mano e lasciarsi. Accompagnare qualcuno alla stazione, sentire le ruote del trolley che fanno rumore mentre strusciano sull’asfalto trascinate da una mano veloce e da piedi che corrono verso i binari. Alzare in aria la mano e fare ciao e rimanere lì, almeno fino a che il treno diventa solo una macchia in lontanza. Una scena di quelle viste e riviste negli anni, quando parti tu, quando sono gli altri ad andare. Ginevra ci pensa, mentre alza in aria quella mano, sventolandola più in alto che può. Leonardo è già, lontano. Va a prendersi il suo aereo per Londra. Lei si volta e torna verso l’auto, stringendosi nella maglia di cotone per coprirsi dal freddo pungente del mattino. Ha ancora i capelli un po’ arruffati, tenuti su da un laccio che ha messo sù alla rinfusa, dandogli due giri veloci intorno alla coda.

Non ha neppure la borsa con sé, l’ha lasciata in auto, parcheggiata vicino al MacDonalds, tra l’odore del fritto che già invade l’aria di prima mattina. Si allontana veloce, con lo sguardo rivolto a terra, dritto sulle punte delle scarpe. Un minuto ed è all’auto. Le spie dell’apertura centralizzata fanno illuminare le frecce mentre lei si infila al posto del guidatore e si lascia andare per qualche momento. Appoggia le mani al volante e fa cadere la testa all’indietro, accostandosi completamente al seggiolino. Si sente sola ed è così che ha voglia di sentirsi oggi. Perché è così che è. Sola. Accende la radio e fa correre la musica mentre gira la chiave nel quadro e accende il motore. Toglie il freno a mano, lascia la frizione e spinge l’acceleratore. Deve solo partire adesso. C’è la solita zingara al semaforo prima della Lazzi, sembra che non vada mai a dormire. Una volta le chiese pure se voleva che le leggesse la mano. Ginevra la guardò con l’aria di  sufficienza di chi pensa “Vai a lavorare che è meglio e levati di torno che non è mattinata” mentre proseguì per la sua strada.

 Ma quella zingara, la stessa che stamani è di faccia al semaforo della stazione, la rincorse dicendo qualcosa di incomprensibile. Mischiava parole in italiano ad altre nella propria lingua muovendo le dita sporche con le unghie annerite affamate d’acqua e sapone, davanti agli occhi della ragazza che cercava di non fermarsi, convinta che la zingara si sarebbe stancata. “Non mi interessa, grazie” – le disse alla fine fermandosi un secondo e lanciando alla donna un’occhiata fulminante. Arrivarono le solite maledizioni che piombano tra capo e collo quando decidi di non dargli nemmeno cinquanta centesimi ma Ginevra non se ne preoccupò. Continuò a camminare pensando che, alla fine, le vite sono talmente uguali che non serve che qualcuno ti legga la mano  o ti tiri le maledizioni. Siamo felici, si piange, ci si lascia, si nasce e si muore. E sono emozioni, benevole o malevole che toccano tutti prima o poi.

Arriva il verde e Ginevra è costretta a abbandonare i pensieri sulla vecchia zingara mentre torna a casa. Oggi niente lavoro, si è presa un giorno di ferie . “Ho solo voglia di infilarmi una tuta e mettermi in terrazza a godermi qualche raggio di sole, annaffiare i gerani, mettere su un buon disco e scrivere”.  E questo le sembra un buon inizio per circondarsi di gesti semplici ma comunque appaganti. Anche da sola.

terrazza da alberto merisio.

Alchimia

Se c’è non ti abbandona. E nemmeno il tempo ce la fa a renderla più flebile. L’alchimia rimane lì, come la “mamma” sul fondale della bottiglia d’aceto buono. Puoi lasciarla chiusa tre secoli, poi basta aggiungerci un pò di vino e puoi fare di nuovo l’aceto. Una ricetta infinita. Non muore mai. Proprio come succede a Ginevra e Leonardo. Londra li ha divisi, li ha tenuti lontani ma è bastato qualche momento insieme e tutto è tornato come qualche mese prima. La stessa sensazione di conoscenza profonda, quel capirsi  all’istante, il volersi infinito. Leonardo aveva il terrore che lei potesse essere cambiata, era convinto di trovarsi davanti una persona diversa. Estranea. L’aveva pure avvertita, toccando la sua pelle, quell’estraneità. Ma era solo la sua paura che qualcosa fosse cambiato, di non trovare quella purezza nel suo sguardo, di non potere più leggerci dentro con naturalezza. Paura che tutto diventasse, all’improvviso, difficile. Ma quando ha incontrato di nuovo il mare malinconico negli occhi di Ginevra misto a quella dolcezza infantile ha sentito che lei era lì, che c’era sempre stata.

Ginevra lo abbraccia prendendolo da dietro, avvicinando le labbra morbide al suo collo mentre lui è seduto al tavolo di cucina di fronte ad una tazza di caffè ed il giornale alla sua sinistra. Chiude gli occhi per gustarsi quell’attimo mentre getta la testa all’indietro per cercare quelle labbra, per prenderle e farle di nuovo sue.  Per sentire se hanno lo stesso sapore. La stessa passione sconfinata, se parlano la stessa lingua. Quanti se ci sono in una storia? Quanti punti interrogativi continui. Quanta voglia di risposte, di conferme.

“Sono in bilico su di te, biondina. Promettimi che non mi farai cadere…”.

“Prometto che se cadrai, ci sarà una rete che ti salverà…”.

“Non cadrò, Ginevra”.

“Non se camminerai a piedi nudi sul filo che ti tiene in bilico. Ti aiuterà a sentire cosa avviene sotto di te. Così sarà più difficile fare passi falsi”. Lei gli sussurra quelle tre frasi nell’orecchio destro e mentre pronuncia ogni parola le labbra sfiorano quasi impercettibili il lobo di Leonardo facendolo sobbalzare.

Ginevra lo fa impazzire quando fa così. E fa entrare piano le parole dentro al suo orecchio. Lo penetrano come se facessero l’amore. Sinuose e maliarde. Irresistibili. Lui libera il respiro e socchiude la bocca, le mani ciondolano nel vuoto come se si lasciasse andare lento. Come quando al mare getti le braccia all’indietro e di tuffi di schiena, lasciando che l’acqua ti attraversi la pelle.

“Quanto ti ho desiderata…”. Lo dice leggero, cosi che le parole sfumino nell’aria, riaprendo gli occhi. Afferrando Ginevra con uno scatto felino. “Quante volte di notte ho fatto scorrere la mano lungo le lenzuola e ti ho cercata…e di giorno mi sono sentito solo senza il tuo disordine…”.

Lei gira la sedia e rimane in piedi di fronte a Leonardo. Lo guarda dall’alto. “Anche io ti ho cercato. Di notte ho chiuso gli occhi provando a rivederti. Li stringevo per sentire le tue mani. Mi sono mancate. Come gli abbracci e le carezze prima di addormentarmi. Quando nel letto mi giravo su un fianco e tu mi abbracciavi da dietro, posando il tuo volto sulla mia schiena, a metà tra la nuca e le spalle e passavi le mani, sul profilo del mio corpo fino a che non mi addormentavo. Ho chiuso mille volte gli occhi cercandoti Leonardo ma alla fine eravamo solo io. E una lacrima.”.

La afferra di nuovo, prepotente. Le stringe la vita e la avvicina a sè. Se ne sta seduto appoggiando la testa sulla pancia di Ginevra, ancora in piedi, davanti a lui. La abbraccia forte, strusciando le gote sulla pelle che rimane scoperta dalla maglietta corta.

“Sono qua…non ti lascio più”.

Lo guarda e non risponde. Non ci crede a quelle parole. Ginevra sa che tra qualche giorno lui ripartirà, il suo lavoro l’aspetta e non c’è molto altro da fare se non aspettare.

“Cos’hai?” – le chiede notando lo sguardo improvvisamente assente di Ginevra.

Ma stavolta non usa parole per rispondere. Si infila a cavalcioni sulla sedia, sopra di lui gettandogli le braccia al collo, in silenzio. Vuole solo che senta la bocca salire e scendere sul volto, sul collo fino a trovare le sue labbra. Respirare i suoi capelli, sussurrargli l’infinito nelle orecchie, fargli perdere ogni pensiero di ragione. Amarlo. Come voleva fare da mesi. Come aveva desiderato nei giorni, nelle notti, negli interminabili istanti che li avevano visti troppo lontani. Le parole si sono già perse nel tempo che se ne va mentre quella magica sensazione che si risveglia improvvisa ogni volta che i loro occhi si incrociano rimane lì. Pronta a farsi sentire. Tra i baci e le mani ansiose, tra quel desiderio di sentire la pelle di Leonardo stretta alla sua e vivere dei suoi respiri, tremare sotto le carezze delle sue mani. “Ho voglia di addormentarmi con te…”  – le dice Leonardo, con quella voglia di intimità profonda che cala nella notte e lascia la stanza al buio. Illuminata solo dal desiderio che arde come arbusti di legna sotto un fuoco inesauribile, alimentato da un alchimia che non conosce sonno, che non si spenge con l’arrivo del giorno. Si insinua tra i baci e la ritrovi negli sguardi, nelle mani che accarezzano i vestiti e si lasciano andare nella notte, tra il fresco delle lenzuola che profumano di nuovo, ancora distese. Pozione micidiale per un amore che si nutre di sogni e si disseta con cascate di acqua fresca sui corpi nudi, agitati e poi inermi, pronti solo a lasciarsi andare per farsi prendere da un sentimento che ti violenta l’anima. E tu non puoi far altro che allargare le braccia e lasciare che ti faccia suo. Vittima e carnefice di quell’alchimia che è sale e zucchero della vita.

Armonia perduta

Una scarpa si appoggia allo scalino del treno e, con un salto atletico, tocca terra con entrambi i piedi. Tocca il pavimento della stazione di Santa Maria Novella. E’ Leonardo. Gli occhi di ghiaccio coperti da un paio di occhiali neri che non si addicono alla moda italiana dell’estate e una maglietta nera con su stampato un nome di un gruppo rock sconosciuto. C’è una cappa micidiale a Firenze. Il caldo opprimente dell’estate che è arrivata fa evaporare lo smog nell’aria. Passi l’indice sul braccio come faresti a casa per la prova polvere sui mobili e capisci che non l’hai passata. Le straniere invece il caldo sembrano non sentirlo. Camminano tranquille con i loro abitini e gli infradito sulla pelle bianchiccia mentre masticano qualche parola e ridono molto di più. “Quante volte le ho guardate chiedendomi cosa mai  avranno da ridere ogni tre secondi. Bah! “. Bentornato Leonardo” si dice da solo guardando l’orologio sotto l’affresco del Talani che segna le dieci e quindici minuti, constatando che Ginevra ancora non è arrivata. La cerca in mezzo alla gente. Ma non la vede. “Non c’è. Non c’è. Cazzo non c’è”. Torna indietro verso il binario. “Forse è lì ad aspettarmi ed io non l’ho vista”. Un sacco di gente scende ancora dal treno. Tanti studenti, uomini con la borsa a tracolla e un sacco di zaini. Confusione. Gente che scende. Ma nessuno che aspetta. Solo il capotreno è lì, fermo, a controllare che tutto si svolga secondo il rituale di arrivo. “Pensavo di trovarla qui. Pensavo di trovarla ad aspettarmi”. Leonardo si dirige di nuovo verso l’atrio della stazione, sconsolato e deluso. Gli occhi ballano, saltando da una parte all’altra. Prima si posano sull’edicola, poi sul McDonald’s poi di nuovo verso l’uscita. Destra, sinistra, davanti, dietro. Ma Ginevra, ancora, non c’è. Sono passati due minuti da quando è arrivato a Santa Maria Novella ma gli sembrano anni. Improvvisamente sente qualcuno che l’abbraccia da dietro, stretto stretto. Tira un sospiro di sollievo. Finalmente. Si volta per abbracciare Ginevra, la sua Ginevra. Ma rimane deluso. Nuovamente. Non è lei. E’ Sara. La storica compagna di Accademia. Quella con cui ha avuto una storia di una sera. Non da arrivare a andarci a letto. Ma qualche bacio ci scappò. Una strana complicità li ha sempre uniti anche se non è mai sfociata in qualcosa di più. “Tesoro!” – esordisce lei a voce altissima, come nel suo stile, con il sorriso che le esplode in bocca , mentre getta le braccia al collo di lui e stringendolo di nuovo. “Ma dove sei stato! Non ti vedo da mesi!”. Lui la guarda decisamente frastornato senza riuscire a dire molto se non “Sono appena tornato da Londra”. “Londra?” – incalza lei – “E non mi inviti a venirti a trovare?” – insiste maliziosa guardando Leonardo come una preda incontrata per caso dopo mesi alla ricerca di carne che ti sfami e che non vuoi lasciarti sfuggire.  Lui la guarda appena mentre continua a cercare Ginevra con gli occhi. “Sei ingrassata o mi sbaglio?”. Gli vengono fuori con noncuranza spaziale quelle cinque o sei parole micidiali per una donna. “Sei un po’ stronzo o mi sbaglio?” – ribatte lei ferita “E anche un po’ imbambolato mi pare”.  “Scusa Sara ma ora devo andare, alla prossima”. E se ne va senza neppure darle il solito bacio sulla guancia. Poi la vede, da lontano. La sua Ginevra. Corre ansimando e incespando nel camminare. Le si sono allungati i capelli. E, a differenza di Sara è dimagrita. Le corre incontro come fa un bambino all’uscita di scuola appena vede la mamma ad aspettarlo. La investe come una tempesta che si abbatte sugli alberi senza nemmeno dirle una parola. La stringe. Le mani affondano sulla pelle come per sentire che lei è vera, ed è lì. Ginevra rimane quasi soffocata da quell’abbraccio, inerme. Non riesce neppure a ricambiarlo. Ha le braccia bloccate da quelle di Leonardo che non mollano la presa. “Ti porto via, Ginevra. Non ti lascio. Non ti lascio più”. Lei chiude gli occhi. Ma non risponde. Ogni parola sarebbe di troppo. Si gusta quell’abbraccio che le mancava da tanto e chiude i dubbi dentro al cassetto. Si stacca da lei, alza gli occhiali, posandoli sulla testa e la guarda. Poi la stringe di nuovo, la prende per mano e insieme di dirigono verso l’uscita. Qualche centinaio di metri divide la stazione da casa di Leonardo. Infila le chiavi nella toppa della porta e entra nel suo mondo. La sua mansarda è sempre lì. Manca solo il suo gatto Poldo che durante la sua assenza si è trasferito a casa di nonna Rita a Sant’Andrea in Percussina. Da quando dice la nonna sembra che sia diventato pure papà. Si distende sul letto e apre le braccia verso Ginevra, invitandola a distendersi, vicino a lui. Per qualche secondo non dice niente. Guarda solo le pareti colorate, i quadri appesi al muro. E’ una strana sensazione quella che si prova quando si torna a casa dopo un periodo passato lontano. A metà tra il senso di appartenenza e un certo non so che di illusoria estraneità. Un po’ la stessa sensazione che prova sentendo la pelle di Ginevra che batte vicino al suo braccio. “La amo, mi è mancata. Ma è ancora lei? E’ la stessa? Come i quadri alle pareti che sto guardando adesso. Il sole che è entrato dalla finestra li ha scoloriti in dei punti. E l’armonia dell’insieme è andata perduta”.

I binari del cuore

Un messaggio sul cellulare di Ginevra. “Se fossi lì ti abbraccerei”. E’ di Leonardo. Lei lo legge e sente che in quel momento di confusione vorrebbe davvero trovarselo davanti e capire cosa sente. Cammina per il centro imboccando Via dello Studio, qualche metro e gira a destra, entrando in Via del Corso. “Cucciolo” è sempre lì con i suoi bomboloni che scendono da un cilindro trasparente come per magia mentre l’odore della crema calda vicino si confonde con quello delle saponette profumate del negozio attiguo. “Eh no, non sarebbe male se tu fossi qui…..”. risponde, lasciando spazio a tutti quei puntini di sospensione che come sempre dicono tanto e non dicono niente. Ti lasciano semplicemente lì…in sospeso, in quello strano bilico di incertezza su ciò che verrà dopo. “Spero che mi batta il cuore quando lo rivedrò. Spero nell’emozione che ti prende e ti fa sgorgare le lacrime come acqua dalla fonte. Vorrei che la passione prendesse il sopravvento sulle parole. E non so bene cos’altro vorrei”.

Il bip bip sul cellulare di Leonardo, avverte dell’arrivo di un nuovo messaggio. E’ la risposta di Ginevra. La guarda e la sente distante, con quelle tre parole telegrafiche che sanno di risposta buttata già senza pensarci troppo. “Forse sto facendo una cazzata a farle una sorpresa e tornare a Firenze”. Ci riflette su Leonardo mentre è sul treno che da Pisa porta a Firenze. Appena un’ora di volo per arrivare da Londra alla città dalla Torre Pendente. “E’ vero, siamo distanti migliaia di chilometri. Ma solo sessanta di minuti di volo ci hanno diviso davvero. Solo sessanta minuti. E lei non ha mai preso quel cazzo di aereo della Ryan per venire da me”.

“Eravamo davvero così irrecuperabilmente distanti?. Direi di no”. Si  interroga e si risponde da solo Leonardo mentre tiene in mano il cellulare. Ha paura. Che qualcosa possa essere cambiato. Niente segnali di lontananza da parte di Ginevra. A parte quel messaggio appena arrivato. “Forse è di corsa…forse sta lavorando…forse”.

Supposizioni che si inseguono e che si alternano a preoccupazione e speranza. Piccole stille di sudore freddo scendono sulla fronte di Leonardo come goccie di rugiada che svegliano le foglie la mattina. Ma non sono carezze di acqua. Assomigliano più a qualcosa che ti gela addosso e ti comprime i pensieri. E che li schiaccia.

Ginevra cammina verso Borgo la Croce, direzione Cibreo. L’aspettano Luca e Andrea per la colazione. Dopo il messaggio di Leonardo avrebbe voglia di tornare indietro. Si sente un pò in colpa per il quotidiano vedersi con Andrea. Da amici, bisogna sottolinearlo. Ma un’amicizia comunque fin troppo presente nei suoi giorni.

Leonardo afferra di nuovo il cellulare per rompere i suoi momenti di incertezza. Mai come ora ha bisogno di confrontarsi con la voce di Ginevra. Ha bisogno di sentirne il tono. Il numero non c’è bisogno di cercarlo sulla rubrica. Lo sa a memoria. E quella con il suo nome è pure l’ultima chiamata inviata dal cellulare. Non ha sentito nessuno in questi giorni. Neppure Nonna Rita, nè sua madre. Nemmeno Francesco, il suo migliore amico. Solo lei. E poi silenzio. E quella cupa malinconia che non ha voglia di abbandonarlo, come un malevolo presagio che incombe onnipresente nei pensieri. In quelli del giorno e in quelli della notte. Non riesce neppure a lavorare, a prendere in mano la matita e mettere a punto la scenografia per la quale è andato a vivere a Londra. “Galli Bibiena diceva che Covent Garden era il posto giusto dove lavorare. Il posto dove crescono le idee. Invece a me ha devastato l’anima, mi ha appiattito i pensieri. Mi manca il pub del centro di Firenze e la vecchia birra alle due del mattino con quella fava di Francesco che da dietro alla prima americana che si siede al tavolo accanto. Ho voglia della camminata lungo l’Arno e della sosta in San Frediano. Ed ho voglia degli occhi di Ginevra. Di fare l’amore con lei. Voglio solo guardarla e toccarla. Sentirla. Come si fa quando si ascolta la musica, chiudendo gli occhi. Desidero finirle sotto la pelle e appoggiare l’orecchio dove il cuore batte. Svegliarmi e trovarmi i suoi capelli di fronte al naso. E poterla annusare. Gustarla. Amarla”.

“Leonardo”  – risponde Ginevra mentre cammina verso il Cibreo.

“Dove sei?” – chiede lui.

“Sto andando a fare colazione…perchè?”

“E dove di preciso?”.

“Cos’è un interrogatorio? ” – risponde lei sulla difensiva. “Comunque sto andando al Cibreo. Mi aspettano degli amici”.

“Vieni alla stazione….”.

“Alla stazione? Stai scherzando???”.

“Non scherzo biondina… mi vieni a prendere?”.

“Tra quanto arrivi?”.

“Sono a Rifredi. Cinque minuti e ci sono”.

“Avviso i ragazzi e corro da te. Binario?”.

“Quello del cuore”.

“Sì e quello dei sogni” – ribatte lei sarcastica.

“Simpatica davvero…sei entusiasta di vedermi mi par di capire…”.

“Se attacchi ‘sto telefono magari arrivo in tempo e ti abbraccio, scemo!”.

“Ok…”.

“Ciao amore…”.

“Ciao”.

Chiude la telefonata e chiama Andrea.

“Mi dispiace ma non posso esserci per colazione. E’ tornato Leonardo da Londra, mi ha fatto una sorpresa. Corro a prenderlo alla stazione”.

“Non c’è problema Ginevra. Se volete raggiungeteci insieme…a meno che…sì, insomma non vogliate recuperare il tempo perso….”.

“Vedremo..ci sentiamo dopo casomai…”

“Ok ciao piccola”…

Quel “piccola” arriva inaspettato e forse inopportuno all’orecchio di Ginevra. Passa dall’auricolare dritto nel condotto uditivo confondendola un pò. Non le è piaciuto l’appellativo di Andrea nei suo confronti. E’ stato come dire….”Sei mia ormai..ricordatelo”. ” Corre trafelata verso la stazione in cerca della verità, o forse solo di una di quelle conferme che a volte servono nella vita. Come quando vai dal medico e ti fai segnare le analisi del sangue per vedere se tutto è ancora ok. Se tutto è come prima, come l’ultima volta. Se c’è la stessa complicità, il capirsi, il prendersi. Se è tutto ancora a portata di mano, vicino. Ancora da afferrare. Non le è piaciuto Andrea. Per niente. E questo la fa sentire sollevata. Molto sollevata.

“Sei mia? Cazzate caro Andrea. Con me la pubblicità non funziona. E neppure le strategie di comunicazione. Vado a riprendermi il mio amore…là dove l’ho lasciato..sui binari del cuore“.

 

 

“Adesso che tu sei lontano…”

 

Una giornata di sole come non se ne vedevano da qualche giorno a Firenze. Ginevra apre la finestra della sua camera prima di correre in bagno per una doccia veloce, prepararsi e andare al lavoro. L’aspettano tanti impegni ma non le interessa. Si sente energica e di buonumore. Sarà che stasera si vedrà con Anita e con altri amici che sta frequentando negli ultimi giorni. Si sente come se stesse tornando a vivere. I primi tempi in cui era partito Leonardo era come la sua vita si fosse fermata, come un’auto da corsa che fa sosta ai box e non riparte più. Era troppo tempo che Ginevra si era fermata ai box. Lavoro, poche uscite e troppe sere passate in casa. Giorni sempre troppo solitari, in compagnia spesso, dei suoi soli pensieri. Di ricordi che aspettava tornassero a farle compagnia. Leonardo lo sentiva per telefono. Ma non era lo stesso che averlo vicino. “Le distanze mettono alla prova i sentimenti” dice sempre Anita. “Se quando Leonardo tornerà sarete innamorati come quando è partito allora sposatelo e non lasciartelo scappare pure questo!”. Saggia Anita, belle parole. Ma solo parole. La realtà, spesso, è ben diversa. C’è sempre qualcun altro a cui ogni giorno si regalano sorrisi, parole, momenti vissuti.

“Io credo alla quotidianità dell’amore” – aveva sempre pensato Ginevra. E l’ha pensato spesso in questi giorni. E’ la quotidianità che l’uccide ed è lei che lo fa vivere. Non ho mai amato i rapporti a distanza, quelli in cui la conoscenza tra due persone si logora sino a divenire estraneità – medita la ragazza. “Che ci diciamo al telefono?”- si interrogava Ginevra. “Ciao amore come stai?”. E lui. “Qui a Londra piove. C’è sempre un’aria così grigia. Tu come va al lavoro?”. Il tutto condito da qualche “mi manchi” sempre presente nelle telefonate tra innamorati lontani e quel “tornerò presto”, anch’esso indispensabile segno di un amore che cerca di guardare al futuro nonostante la distanza. <<Non me ne faccio niente Leonardo dei tuoi tornerò, dei tuoi “avremo una casa con dieci bambini e le oche nel giardino”, non me ne faccio niente del tuo “ci sentiamo domani”. Io ti voglio qui. E se non ci sei oggi non ci sarai nemmeno domani. Non voglio un appuntamento col futuro. Quando tornerai potrebbe essere già scaduto, come la data impressa impressa sui barattoli dei pomodori pelati al supermercato”.

Fa scorrere l’acqua fredda sui capelli, mentre stringe gli occhi, reclina il capo all’indietro e lascia che il getto della doccia le bagni il volto, picchiettando come pioggia sull’asfalto. Musica per gli orecchi e per l’anima. Un gracchiare sonoro che fa compagnia ai suoi pensieri. Alla confusione che anima i suoi giorni. Leonardo in tutto questo tempo le era mancato. Tanto. Ma la certezza del loro amore l’aveva sempre aiutata, fino ad oggi, a guardare al domani con gli occhi di chi sa cosa l’aspetterà il giorno nuovo. Una certezza affievolita dai mesi. Uscire da casa e dalla solitudine di chi aspetta qualcuno che deve tornare aveva fatto crollare il suo castello di sicurezza, il ponte levatoio era già calato e le mura incominciavano ad essere sempre più attaccabili dall’esterno. Si divertiva in mezzo agli amici di Anita.

C’era Luca, che di mestiere fa il vigile nel centro storico di Firenze, l’uomo dalla battuta facile. Tre parole e ti scompiscia dal ridere. E Marco, intellettuale e intrigante. Qualche ragazza con la quale non aveva approfondito più di tanto l’amicizia e Andrea, responsabile della comunicazione di grande azienda fiorentina. Un creativo, geniale, dirompente, simpatico. Semplice. In molte cose simile a Leonardo ma lui non era a Londra. Era lì. Sempre più presente. Non mancava ad una cena, ad un aperitivo, ad una serata al cinema o al ritrovo del giovedì a casa di Anita. Spesso, lui e Ginevra,  parlavano ininterrottamente fino alle due o le tre del mattino. Solo una nuova amicizia, è vero, ma l’aria di novità la turbava. Ha paura, Ginevra, di quell’adrenalina che sale, di quell’energia che accompagna le sue giornate. Della voglia di arrivare alle sei, uscire dal lavoro, prepararsi e vedere gli amici. Ha paura della complicità che sta nascendo con Andrea. “E’ solo amicizia, non devo preoccuparmi di niente” – si ripete sentendosi stranamente in colpa. “Io amo Leonardo”. Quel Leonardo che, all’insaputa di lei sta correndo a prendere il primo aereo per rivederla e portarla con sè. La lontanza è diventata insopportabile per lui. Non è servita nemmeno la vivacità di Londra a fargli sentire meno forte la mancanza di Ginevra. Se la trova davanti anche se non c’è. Pure nel riflesso della grande vetrata affacciata sul pullulare infinito di gente a Covent Garden. C’è Ginevra con indosso la sua camicia azzurra, quella della buone occasioni, che cammina a piedi nudi sul parquet. Con gli occhi ancora assonnati. Ma è solo un’ombra. Un’ombra d’amore.

Me la gioco a dadi col destino

 

 

Troppo difficile stare a guardare la vita che ti passa davanti e sapere che in ogni attimo devi per forza rinunciare a qualcosa. “Cazzo! mi sono stufato!”. Leonardo si sente nervoso, irritato, furente. Non sa bene come stamani sia montata in lui l’insoddisfazione più totale. Ginevra gli manca. Ora la sente in quei giorni nei quali la spettacolare e coloratissima Covent Garden sembra sempre meno affascinante. Sempre più comune e con pochi stimoli. L’Apple Market non riesce più a colpirlo come la prima volta e neppure i musicisti in mezzo alle vie del quartiere. Forse è solo un momento, forse una giornata storta. Può capitare. Eppure non lo molla quella sensazione come un cane che ti attacca alla gamba e non molla presa. Anzi. Senti  i denti aguzzi che ti trapassano la carne, la pelle. Ti toccano le ossa. Anche tutta quella birra che trovi dappertutto lo sta nauseando. E pensare che la birra era la cosa che più gli piaceva di Londra. Insieme all’aria fumosa che si respira nei pub.

Sente che la felicità è troppo difficile da afferrare davvero. “Almeno a me è sempre successo così” – pensa sempre più contrariato. Mi sono chiesto spesso cosa avrei voluto da questa cazzo di vita. Un giorno mi son detto che ciò che volevo era dipingere, progettare, stare in mezzo alle scenografie, nel retroscena dei teatri per tutta la vita. Annusare la polvere nelle soffitte tra le corde che tirano su e giù le scene, sul palco scivoloso, tra le quinte. Avevo diciotto anni e sognavo questo. Una vita che avesse lasciato il segno. Non mi ci vedevo a fare i conti in banca, chiuso in qualche ufficio comunale ad aspettare che arrivasse la pensione. Ho sognato di respirare il mio lavoro e di amarlo come si fa con una donna. Ho scelto un lavoro che fosse passione sviscerata, sentimento, estasi. Appagamento. Il mio lavoro è questo. Ma sento che non basta. Mi manca Ginevra. Eccome se mi manca. E’ tutto troppo difficile. Peggio che giocare a ramino con mio nonno. E’ come perdere senza aver fatto in tempo a calare le carte. Basta!”.

 

Nemmeno il tempo l’aiuta. Fuori c’è una pioggia fitta, leggera, quasi invisibile, che si confonde tra nebbia e umidità. E’ grigia stamani Covent Garden. Proprio come i pensieri di Leonardo che non la smettono di rimbalzare nervosi come una pallina nel flipper. Salgono e scendono per poi calare giù, dritti nello stomaco. “Volevo fare lo scenografo. Ed eccomi qua. Ma non sono felice. Come quando mi innamoravo di una ragazza e già dopo una settimana sentivo l’effetto novità era passato e dentro di me cercavo altro. Cinque baci e già sognavo altre labbra, altri seni, capelli, occhi. Non voglio avanzi di felicità, briciole di sorrisi, gioia a etti. Non me ne faccio di niente. Anzi. Mi fa sentire come un diabetico che viaggia con l’insulina. Piccole dosi e buchi nella pelle per stare meglio. Voglio quelle cazzo di briciole tutte insieme nel mio piatto. E voglio Ginevra qui. In questa stanza, nel mio letto”.

Un colpo violento con il braccio e lancia via la tela davanti a lui. Un calcio a una sedia che vola verso la finestra e cade distratta in mezzo ai bozzetti di “Giulietta e Romeo”. Leonardo fissa la pioggia alla vetrata del suo loft, con il respiro affannoso e gli occhi fissi su quel vetro bagnato. “Me la vado a riprendere”. Ha deciso. Domani parto. Prendo il primo aereo e vado a Firenze. Tanto non sono in grado di lavorare così. Mi manca l’ispirazione, ho zero stimoli. Rischio di perdere la scenografia più importante della mia vita e Ginevra. E io voglio entrambe. Non rinuncio a niente. Non questa volta. Non ti permetto più di prenderti gioco di me maledetta felicità, stavolta gioco a dadi col destino. Ma il tiro più alto sarà sicuramente il mio. Stavolta smetto di giocare in difesa come fa il Mondo e mi lancio in un attacco disperato alla Zeman. Almeno quattro goal son sicuro di segnarli”.

 

La direzione

 

“Un caffè grazie, macchiato”. Ginevra è nel bar appena sotto l’ufficio, in una mattina afosa e dall’aria irrespirabile.

Si toglie dal collo il foulard azzurro tagliato da righe oblique di un blu intenso, in tono perfetto con la  camicia. Si sente come avvolta da un senso di soffocamento. “Dev’essere il caldo” – pensa mentre infila distrattamente il foulard in borsa e si appresta a gustare il suo caffè. Un toccasana per la sua pressione sempre troppo a terra. Un po’ come il suo umore negli ultimi tempi . Si sente come se dovesse sempre rincorrere qualcosa. Il bello è che stavolta, a differenza delle mille altre nella sua vita, non sa bene cosa stia rincorrendo. E’ semplicemente in volo libero. Ma non c’è una direzione. Non adesso. Non c’è Leonardo con cui condividere i giorni neri, la notte, i sorrisi, le paturnie, i giorni, la bottiglia di acqua naturale. C’è solo il lunedì che arriva. E lei sa già che il lavoro sarà il suo unico e solo grande pensiero di tutta la settimana. Scrivere. Scrivere. Scrivere. Dalle nove e mezza del mattino alle sei. Tornare a casa, farsi una doccia pensando che l’acqua porterà via con sé la stanchezza. Ma quasi mai è così. Le sere di Ginevra sono fatte di una cena, una telefonata e via a letto. Un buon libro o un dvd. E il martedì la solita inevitabile tiritera. Fino al venerdì. Poi il week end che corre via veloce. E una nuova settimana da vivere che spesso ha il sapore di quella vecchia. Stessi gesti, abitudini. “Odio la quotidianità. Mi sta uccidendo” – pensa Ginevra mentre fa fatica a buttare giù il caffè bollente. Vorrebbe fare forca al lavoro e farsi un bel giro per i musei. O magari andare allo stadio a vedere gli allenamenti della Fiorentina. In mezzo ai vecchi che sembrano allenatori fuori campo. Su qualche vecchia panchina rugginosa. “Icchè tu dici. Che lo fa giocare Pazzini?”.  “Bah, ma che ti garba così tanto? Gliè ancora giovane. E ci vole uno con un piùe di esperienza”. “E ci sanno gli attaccanti boni. Stiamo carmi””. A Ginevra piace stare con i fiorentini del bar Marisa. Proprio di fronte all’entrata del Franchi.  Sono vecchi simpatici e per loro i pomeriggio non è ì solito se non si chiacchiera un po’ della Fiorentina. E se un’ si guarda l’allenamento. Da lì lo capisci chi farà giocare il mister la domenica.  

Svegliarsi la mattina e decidere cosa puoi fare della tua giornata è una delle cose più succose della vita. Bellissimo. Ultimamente però Ginevra si sente  vittima del lavoro, dello stress, del soffocamento di quei giorni tutti troppo uguali. “Non voglio prendere ferie. Non voglio andare in vacanza. Non voglio nemmeno non andare al lavoro. Desidero solamente salire in ufficio. Scrivere un bell’articolo, uscire alle due con il viso rilassato e non con le solite due occhiaie violacee di chi sta tutto il giorno davanti al pc e il pomeriggio far forca. Quanto mi piacerebbe!” – pensa. “Invidio Leonardo – rimugina Ginevra mentre cerca le chiavi dell’ufficio nella borsa – Lui non si è fatto prendere dal sistema. Lui dipinge due giorni sì e una settimana no. Non ha le mie occhiaie ed è quasi sempre rilassato. Ha tempo di suonare la chitarra, di giocare a calcetto, di leggere libri, di andare alle mostre, di vedere gli amici, di andare in biblioteca, di gustarsi un film al Warner Vllage il pomeriggio alle sei quando non c’è nessuno. Decide lui quando prendere la matita in mano. Decide lui quando staccare la spina. Dicono che la vita degli artisti sia sregolata, ma la mia è forse meglio della sua? Dove stai correndo Ginevra? C’è il sole fuori”. Trova le chiavi. Le guarda. Sono sul palmo aperto della mano. Tutti corrono per strada. Molti uomini in giacca e cravatta. Donne con la borsa a tracolla e già trafelate alle nove del mattino. I turisti, invece, siedono rilassati ai tavolini dei bar. Per loro il tempo del cappuccino può essere infinito. Non hanno il cartellino da timbrare. “E io faccio forca. Come a sedici anni. Come un artista dalla vita sregolata”. Getta le chiavi in borsa. E si avvia verso il parcheggio. Sa già cosa farà. L’attende il sole dei campini vicino allo stadio. Il cono crema alle mele e panna della gelateria all’angolo della Ferrovia e qualche momento passato con Piero, l’uomo con la barba che le ha fatto amare il giornalismo. “Quante pacche sul collo mi ha tirato perché si sentiva il mio accento fiorentino mentre parlavo” – ricorda lei. E chissà se c’è ancora il vecchio Sergio all’entrata della tribuna”. Il tempo non la rincorrerà oggi. Oggi si è presa una pausa. L’odore dei tigli è nell’aria. E da solo basta a trovare la direzione.