14/06/2008

Me la gioco a dadi col destino

 

 

Troppo difficile stare a guardare la vita che ti passa davanti e sapere che in ogni attimo devi per forza rinunciare a qualcosa. "Cazzo! mi sono stufato!". Leonardo si sente nervoso, irritato, furente. Non sa bene come stamani sia montata in lui l'insoddisfazione più totale. Ginevra gli manca. Ora la sente in quei giorni nei quali la spettacolare e coloratissima Covent Garden sembra sempre meno affascinante. Sempre più comune e con pochi stimoli. L'Apple Market non riesce più a colpirlo come la prima volta e neppure i musicisti in mezzo alle vie del quartiere. Forse è solo un momento, forse una giornata storta. Può capitare. Eppure non lo molla quella sensazione come un cane che ti attacca alla gamba e non molla presa. Anzi. Senti  i denti aguzzi che ti trapassano la carne, la pelle. Ti toccano le ossa. Anche tutta quella birra che trovi dappertutto lo sta nauseando. E pensare che la birra era la cosa che più gli piaceva di Londra. Insieme all'aria fumosa che si respira nei pub.

Sente che la felicità è troppo difficile da afferrare davvero. "Almeno a me è sempre successo così" - pensa sempre più contrariato. Mi sono chiesto spesso cosa avrei voluto da questa cazzo di vita. Un giorno mi son detto che ciò che volevo era dipingere, progettare, stare in mezzo alle scenografie, nel retroscena dei teatri per tutta la vita. Annusare la polvere nelle soffitte tra le corde che tirano su e giù le scene, sul palco scivoloso, tra le quinte. Avevo diciotto anni e sognavo questo. Una vita che avesse lasciato il segno. Non mi ci vedevo a fare i conti in banca, chiuso in qualche ufficio comunale ad aspettare che arrivasse la pensione. Ho sognato di respirare il mio lavoro e di amarlo come si fa con una donna. Ho scelto un lavoro che fosse passione sviscerata, sentimento, estasi. Appagamento. Il mio lavoro è questo. Ma sento che non basta. Mi manca Ginevra. Eccome se mi manca. E' tutto troppo difficile. Peggio che giocare a ramino con mio nonno. E' come perdere senza aver fatto in tempo a calare le carte. Basta!".

 

Nemmeno il tempo l'aiuta. Fuori c'è una pioggia fitta, leggera, quasi invisibile, che si confonde tra nebbia e umidità. E' grigia stamani Covent Garden. Proprio come i pensieri di Leonardo che non la smettono di rimbalzare nervosi come una pallina nel flipper. Salgono e scendono per poi calare giù, dritti nello stomaco. "Volevo fare lo scenografo. Ed eccomi qua. Ma non sono felice. Come quando mi innamoravo di una ragazza e già dopo una settimana sentivo l'effetto novità era passato e dentro di me cercavo altro. Cinque baci e già sognavo altre labbra, altri seni, capelli, occhi. Non voglio avanzi di felicità, briciole di sorrisi, gioia a etti. Non me ne faccio di niente. Anzi. Mi fa sentire come un diabetico che viaggia con l'insulina. Piccole dosi e buchi nella pelle per stare meglio. Voglio quelle cazzo di briciole tutte insieme nel mio piatto. E voglio Ginevra qui. In questa stanza, nel mio letto".

Un colpo violento con il braccio e lancia via la tela davanti a lui. Un calcio a una sedia che vola verso la finestra e cade distratta in mezzo ai bozzetti di "Giulietta e Romeo". Leonardo fissa la pioggia alla vetrata del suo loft, con il respiro affannoso e gli occhi fissi su quel vetro bagnato. "Me la vado a riprendere". Ha deciso. Domani parto. Prendo il primo aereo e vado a Firenze. Tanto non sono in grado di lavorare così. Mi manca l'ispirazione, ho zero stimoli. Rischio di perdere la scenografia più importante della mia vita e Ginevra. E io voglio entrambe. Non rinuncio a niente. Non questa volta. Non ti permetto più di prenderti gioco di me maledetta felicità, stavolta gioco a dadi col destino. Ma il tiro più alto sarà sicuramente il mio. Stavolta smetto di giocare in difesa come fa il Mondo e mi lancio in un attacco disperato alla Zeman. Almeno quattro goal son sicuro di segnarli".

 

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