06/07/2008

Armonia perduta

Una scarpa si appoggia allo scalino del treno e, con un salto atletico, tocca terra con entrambi i piedi. Tocca il pavimento della stazione di Santa Maria Novella. E’ Leonardo. Gli occhi di ghiaccio coperti da un paio di occhiali neri che non si addicono alla moda italiana dell’estate e una maglietta nera con su stampato un nome di un gruppo rock sconosciuto. C’è una cappa micidiale a Firenze. Il caldo opprimente dell’estate che è arrivata fa evaporare lo smog nell’aria. Passi l’indice sul braccio come faresti a casa per la prova polvere sui mobili e capisci che non l’hai passata. Le straniere invece il caldo sembrano non sentirlo. Camminano tranquille con i loro abitini e gli infradito sulla pelle bianchiccia mentre masticano qualche parola e ridono molto di più. “Quante volte le ho guardate chiedendomi cosa mai  avranno da ridere ogni tre secondi. Bah! “. Bentornato Leonardo” si dice da solo guardando l’orologio sotto l’affresco del Talani che segna le dieci e quindici minuti, constatando che Ginevra ancora non è arrivata. La cerca in mezzo alla gente. Ma non la vede. “Non c’è. Non c’è. Cazzo non c’è”. Torna indietro verso il binario. “Forse è lì ad aspettarmi ed io non l’ho vista”. Un sacco di gente scende ancora dal treno. Tanti studenti, uomini con la borsa a tracolla e un sacco di zaini. Confusione. Gente che scende. Ma nessuno che aspetta. Solo il capotreno è lì, fermo, a controllare che tutto si svolga secondo il rituale di arrivo. “Pensavo di trovarla qui. Pensavo di trovarla ad aspettarmi”. Leonardo si dirige di nuovo verso l’atrio della stazione, sconsolato e deluso. Gli occhi ballano, saltando da una parte all’altra. Prima si posano sull’edicola, poi sul McDonald’s poi di nuovo verso l’uscita. Destra, sinistra, davanti, dietro. Ma Ginevra, ancora, non c’è. Sono passati due minuti da quando è arrivato a Santa Maria Novella ma gli sembrano anni. Improvvisamente sente qualcuno che l’abbraccia da dietro, stretto stretto. Tira un sospiro di sollievo. Finalmente. Si volta per abbracciare Ginevra, la sua Ginevra. Ma rimane deluso. Nuovamente. Non è lei. E’ Sara. La storica compagna di Accademia. Quella con cui ha avuto una storia di una sera. Non da arrivare a andarci a letto. Ma qualche bacio ci scappò. Una strana complicità li ha sempre uniti anche se non è mai sfociata in qualcosa di più. “Tesoro!” – esordisce lei a voce altissima, come nel suo stile, con il sorriso che le esplode in bocca , mentre getta le braccia al collo di lui e stringendolo di nuovo. “Ma dove sei stato! Non ti vedo da mesi!”. Lui la guarda decisamente frastornato senza riuscire a dire molto se non “Sono appena tornato da Londra”. “Londra?” – incalza lei – “E non mi inviti a venirti a trovare?” – insiste maliziosa guardando Leonardo come una preda incontrata per caso dopo mesi alla ricerca di carne che ti sfami e che non vuoi lasciarti sfuggire.  Lui la guarda appena mentre continua a cercare Ginevra con gli occhi. “Sei ingrassata o mi sbaglio?”. Gli vengono fuori con noncuranza spaziale quelle cinque o sei parole micidiali per una donna. “Sei un po’ stronzo o mi sbaglio?” – ribatte lei ferita “E anche un po’ imbambolato mi pare”.  “Scusa Sara ma ora devo andare, alla prossima”. E se ne va senza neppure darle il solito bacio sulla guancia. Poi la vede, da lontano. La sua Ginevra. Corre ansimando e incespando nel camminare. Le si sono allungati i capelli. E, a differenza di Sara è dimagrita. Le corre incontro come fa un bambino all’uscita di scuola appena vede la mamma ad aspettarlo. La investe come una tempesta che si abbatte sugli alberi senza nemmeno dirle una parola. La stringe. Le mani affondano sulla pelle come per sentire che lei è vera, ed è lì. Ginevra rimane quasi soffocata da quell’abbraccio, inerme. Non riesce neppure a ricambiarlo. Ha le braccia bloccate da quelle di Leonardo che non mollano la presa. “Ti porto via, Ginevra. Non ti lascio. Non ti lascio più”. Lei chiude gli occhi. Ma non risponde. Ogni parola sarebbe di troppo. Si gusta quell’abbraccio che le mancava da tanto e chiude i dubbi dentro al cassetto. Si stacca da lei, alza gli occhiali, posandoli sulla testa e la guarda. Poi la stringe di nuovo, la prende per mano e insieme di dirigono verso l’uscita. Qualche centinaio di metri divide la stazione da casa di Leonardo. Infila le chiavi nella toppa della porta e entra nel suo mondo. La sua mansarda è sempre lì. Manca solo il suo gatto Poldo che durante la sua assenza si è trasferito a casa di nonna Rita a Sant’Andrea in Percussina. Da quando dice la nonna sembra che sia diventato pure papà. Si distende sul letto e apre le braccia verso Ginevra, invitandola a distendersi, vicino a lui. Per qualche secondo non dice niente. Guarda solo le pareti colorate, i quadri appesi al muro. E’ una strana sensazione quella che si prova quando si torna a casa dopo un periodo passato lontano. A metà tra il senso di appartenenza e un certo non so che di illusoria estraneità. Un po’ la stessa sensazione che prova sentendo la pelle di Ginevra che batte vicino al suo braccio. “La amo, mi è mancata. Ma è ancora lei? E’ la stessa? Come i quadri alle pareti che sto guardando adesso. Il sole che è entrato dalla finestra li ha scoloriti in dei punti. E l’armonia dell’insieme è andata perduta”.

Commenti

grazie della visita, dolce Simo ... il tuo racconto è splendido, non vedo l'ora di leggere il proseguio ...
un bacio ...

Scritto da: stefano | 08/07/2008

Carissima Ginevra, grazie x il commento che hai lasciato sul mio blog.
Ho letto Armonia perduta, dai l' amore esiste io non l' ho ancora e lo sto cercando da tanto tantissimo... Un giorno capiterà anche a me; vivilo, va dove ti porta il cuore, stringilo a te non farlo scappare. Ciao a presto. Ancora grazie. Paoletta 211.

Scritto da: paola | 08/07/2008

Salve le propongo uno scambio link nella mia Directory http://scambiolinksegnalasito.myblog.it/
Cordiali Saluti Angelo

Scritto da: ScamBioLink | 20/07/2008

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